l'unità spinale di riabilitazione


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La mattina del 11 novembre 1991 alle sette presi il primo volo per Milano; in aereo, essendo  in barella avevo vicino gli accompagnatori e due infermiere pronte per ogni evenienza.  All’arrivo trovai l’ambulanza pronta, ci avviammo verso l’Unita Spinale mentre i miei mi seguirono in macchina. Arrivai al centro e le infermiere, accompagnate dalla Dottoressa Maringelli, responsabile del reparto, mi misero subito a letto e cambiandomi il pigiama  controllarono il corpo che trovarono in buone condizioni, non avendo nessuna piaga restarono meravigliati. Io gli dissi che era merito di mia madre che per tre mesi, ogni giorno, mi controllava tutto il corpo tenendo la pelle morbida spalmando e massaggiando con delle creme, un lavoro che aveva fatto con tanta fatica ma anche con tanto amore, l’amore di una madre verso proprio figlio. Dopo avermi messo a letto, e superato il primo incontro con gli infermieri, chiesi subito come mai il reparto fosse vuoto, mi risposero che era l’orario della fisioterapia perciò mancavano tutti i pazienti. Finalmente mi trovavo in un vero centro, la mia stanza era molto spaziosa era composta di quattro posti letto; adiacente un bagno, con tutti i servizi igienici, con spazi di movimento per le sedie ha rotelle, tutto a norma di legge, per ciascun paziente un armadio con tanto spazio, vicino a tutti i letti il posto per la tv. All’improvviso sentì tante voci, erano i pazienti che finita la terapia nelle palestre, rientravano per l’ora di pranzo, arrivarono i miei compagni di camera e iniziarono le domande di tutti i tipi, quando seppero che arrivavo dalla Sardegna allora si parlò solo di spiagge e mare fu in quel momento che mi accorsi di trovarmi circondato da tanti ragazzi e ragazze che avendo più o meno la mia patologia erano tutti curiosi di conoscere l’ultimo arrivato.

Per tutta la settimana i medici iniziarono a farmi tante visite e analisi mediche, non avendo tolto ancora il collare, chiesi al fisiatra che mi fu assegnato, se era arrivata l’ora di toglierlo, mi rispose, dopo aver fatto una radiografia al collo, “bisogna controllare che le vertebre siano state accuratamente stabilizzate. Fatto questo possiamo togliere il collare, metterla a sedere sulla carrozzina e farle iniziare la fisioterapia in palestra tutti i giorni”, per me significava tanto scendere dal letto dopo tre mesi ed iniziare il lavoro sperando di recuperare qualche cosa. Controllate le lastre mi diedero una brutta notizia, il fisiatra mi assicurò che il collo non era stato correttamente stabilizzato ed in più mi mancava un pezzo di vertebra essendosi rotta al momento dell’incidente, sarebbe stata da sostituire con un innesto osseo durante l’intervento svoltosi a Cagliari, cosa che non fecero. Mi disse che al più presto avrei dovuto affrontare un nuovo intervento chirurgico, perché con il collo in quelle condizioni avrei rischiato di stare a letto con il collare per tutta la vita. Dopo alcuni giorni mi comunicarono la notizia di aver trovato un Ospedale disposto ad operarmi. Il 24 novembre mi trasferirono al reparto di neurochirurgia dell’ASL n.70 di Legnano.

Arrivato all'ospedale venni trasferito subito al reparto di neurochirurgia, il Primario, Prof. Alfredo Braga, viste le mie condizioni, mi assegnò all’equipe medica del Dott. Griner. Dopo avermi assegnato il posto letto, mi fu eseguita, in giornata, una TAC della colonna cervicale, che confermò la frattura a scoppio della 6° vertebra cervicale. Viste le condizioni, il Dott. Griner, mi chiese come mai a Cagliari non si fossero accorti, in tre mesi di ricovero, che l‘intervento alla colonna non fosse stato eseguito adeguatamente ed in più perché mi avessero lasciato con una compressione alla colonna e con una stabilizzazione non corretta. In data 2 dicembre fui sottoposto ad intervento per via antero-laterale, consistente in una somatectomia C6, innesto con osso artificiale (polimero biocompatibile) ed ostosintesi con placca di Roi–Camille avvitata nei corpi C5-C7. Mi ricorderò per sempre come trascorsi la notte dopo il risveglio dall’intervento, avevo il drenaggio alla ferita, non avendomi dato miorilassanti mi presero le contrazioni, pestandomi tutto il corpo chiesi per cortesia di darmi qualche cosa, ad esempio un antidolorifico, ma la richiesta fu negativa, allora per cortesia chiesi il permesso di far passare la notte a mio fratello accanto a me. Per tutta la notte fui assistito da lui, il tempo non passava più, stavo talmente male che stringendo la mano a mio fratello gli dissi di non farcela più, ma lui rispose con coraggio dicendomi di stringere i denti e che anche questa situazione l‘avremo superata.

 Arrivata la mattina, passarono i dottori, e mentre mi visitarono si accorsero togliendomi il tubo del drenaggio, che la ferita era troppo aperta, guardandomi in viso il Dott. Griner mi disse: “Antonello bisogna mettere un punto di sutura, se ti senti di stringere un attimo i denti lo mettiamo senza anestesia”, lo guardai in faccia rispondendogli: “ormai sento solo dolori proceda pure”, quello che sentii dopo non riesco ancora a descriverlo. Il decorso postoperatorio fu regolare e il controllo radiografico mostrò il buon allineamento della colonna e la corretta posizione del materiale di osteosintesi confermando la tetraplegia C6. Finita la degenza post operatoria decisero di trasferirmi presso l’Ospedale di Magenta, specializzato nel trattamento delle visciche neurologiche e riabilitazione, per persone con lesioni spinali. Arrivai a Magenta il giorno 14 dicembre, era mattina, quando nel reparto incontrai per la prima volta il primario, Prof. Zanolo, che con poche parole mi spiegò le analisi e le visite mediche che bisognava fare prima di rientrare al centro di riabilitazione di Passirana. Il primo giorno incontrai altri ragazzi, anche loro ricoverati per i miei stessi problemi, mi aiutarono a conoscere il reparto e gli infermieri. Scesi con loro nelle palestre dove incontrai i terapisti intenti a svolgere il loro lavoro. Mi prese in cura un urologo molto in gamba si chiamava, Dott. Spinelli; una volta, mentre si svolgeva una visita urologica scoprì che venivo dalla Sardegna e gli descrissi il luogo nel quale avevo avuto l’incidente, il dottore esclamò: ”io lì vicino ho fatto il servizio militare, la caserma era quella di Teulada che dista due chilometri dalla spiaggia di Porto Pino , dove ogni pomeriggio andavo a farmi il bagno!”. Dopo un paio di giorni finirono gli esami clinici, mi spiegarono le condizioni in cui mi trovavo e come dovevo comportarmi avendo la viscica neurologica. Ero pronto per il rientro a Passirana.

Il 23 dicembre rientrai all’Ospedale , finalmente avrei iniziato la fisioterapia ma arrivato lì, vidi che i pazienti si preparavano ad andare a casa per le vacanze di Natale, nella stanza in cui mi assegnarono il letto, trovai un ragazzo, anche lui con lesione C6, si chiamava Salvatore. Dopo le presentazioni, stando anche io a letto con la flebo e il collare, gli chiesi come mai stesse facendo una trasfusione di sangue, mi rispose che 15 giorni prima, andando a casa sua per la prima volta dopo l’incidente (avvenuto un anno prima) gli accadde di nuovo di sbattere contro un altra macchina causandosi la frattura del femore della gamba sinistra. Affermò che nel reparto gli unici pazienti rimasti per le feste di Natale eravamo noi due, mi spiegò moltissime cose sulla patologia della lesione essendo anche lui tetraplegico, mi descrisse la vita che si faceva nel centro, allora capii subito di stare in un posto affidabile, questo servì molto per il mio morale ed anche per quello dei miei familiari. La sera del 24 ricevetti una bellissima sorpresa, all’improvviso vidi mia madre e mio padre, erano venuti dalla Sardegna per vedermi e trascorrere il Natale insieme a me, a mio fratello e alla mia ragazza, essendo loro miei accompagnatori. Restai stupefatto di questa visita, visto che mia madre aveva una grande paura dell’aereo perché  soffriva di claustrofobia. Sino alle 22 e 30 restarono a farmi compagnia, si parlò di tante cose, gli chiesi come stavano i miei parenti e i miei amici, mentre mia madre mi controllò tutto il corpo per vedere se era tutto a posto, volle guardare la nuova cicatrice e per farlo cera  bisogno di togliere il collare; quando la  vide disse a mio padre "vedi che cera bisogno di un nuovo intervento, perché non e stato fatto subito a Cagliari, invece lo anno lasciato per tre mesi con la colonna cervicale storta, senza stabilizzare ed in più ogni giorno gli veniva fatta la fisioterapia sforzandogli il collo". Già dai primi giorni del ricovero fatto a Cagliari, mi venivano per tutta la durata della giorno e della notte forti sudorazioni e forti dolori a tutto il corpo, mia madre mi chiese se fossero spariti, ma gli risposi che al contrario erano aumentati, e per il momento i medici non avevano trovato nessuna cura. Le infermiere erano costrette per colpa delle sudorazioni che avevo a cambiarmi la maglietta molto spesso. La notte mentre i miei rientrarono a casa d’amici, io e l’altro ragazzo restammo soli con due infermiere, una di loro ci preparò per cena lo zampone con le lenticchie e alla mezza notte si brindò augurandoci che per il successivo Natale di trovarci a casa nostra, con un po’ di salute in più e con la compagnia dei nostri cari. Durante la settimana di Natale, per un paio di giorni ebbi la compagnia dei miei familiari, si parlò di tante cose mentre le giornate passavano subito, non mi accorsi che era arrivato il giorno della loro partenza, mia madre non voleva partire ma bisognava fare il capodanno in Sardegna. Finalmente una mattina arrivò il Fisiatra con la Dottoressa e dopo esser stato visitato, finalmente mi assegnarono due terapiste, finite le presentazioni mi spiegarono come si svolgeva la giornata nel centro. La mattina dalle ore 9 e 30 fino alle 11 e 30 c'era da fare la fisioterapia in palestra, verso le 12 meno un quarto si consumava il pranzo, la pausa durava fino alle13 e 30,  dopo di nuovo fisioterapia fino alle 15. Per finire la giornata un'ora era dedicata alla terapia occupazionale che consisteva nello svolgere tanti lavori di pittura, scultura, si costruivano in compensato modelli di aerei, di case e disegni di animali, lavori sul vetro e tante altre cose. Finito l’orario di lavoro ognuno di noi era libero, chi saliva in reparto, altri uscivano fuori a passeggiare in mezzo ad un bellissimo parco pieno di alberi secolari e tanto verde, ci accompagnavano fuori i parenti o gli amici conosciuti stando a Passirana. Arrivate le 18 e 30 si rientrava per la cena.fotografia in gruppo, io, mio fratello Silvano e un amico, Benvenuto. Vicini al mio posto letto

Dopo aver finito la cena iniziava la noia; chi si sentiva stanco andava a letto e guardava un po' di tv; quelli più autosufficienti rientravano a letto più tardi, così trascorrevano le giornate. La notte, per chi dormiva passava presto, altri come me, soffrendo di forti dolori e anche se con l’aiuto di sonniferi non si riusciva a dormire, problema che io dopo vari anni non ho ancora risolto.

Arrivato il mese di gennaio finalmente il Fisiatra mi comunicò una buona notizia, mi tolse il collare e fu un gran sollievo avendolo portato per sei mesi e mezzo, da quel momento ero libero di fare la fisioterapia e gli spostamenti più facilmente. I giorni passavano presto, la fisioterapia iniziava a dare i suoi frutti, riuscivo a star seduto da solo sul letto, a tavola tramite una protesi alla mano mangiavo da solo, avendo irrobustito i pochi muscoli rimasti alle braccia riuscivo nei posti in piano ha spingermi con la carrozzina, furono per me dei risultati che prima sembravano irraggiungibili. Restai nell’Unita Spinale per sette mesi, nel mese di luglio il Fisiatra insieme a tutta l’equipe medica che mi seguiva, dopo una valutazione medica e considerati i progressi che avevo fatto, mi disse che il 24 luglio sarei stato dimesso, ma con una clausola, che finita l’estate, nel mese di ottobre, sarei dovuto rientrare all’Ospedale, perché secondo i medici avrei recuperato ancora qualche cosa. La prima cosa da fare fu scegliere e ordinare tutti gli ausili che mi servivano, la prima che scelsi fu la sedia a rotelle a me più adatta, ma anche li ci fu la sorpresa, la sedia costava tre milioni e mezzo mentre l'A.S.L. rimborsava solo un milione e mezzo e la rimanenza spettava a me. Per merito dell’Assistente Sociale che lavorava nel nostro centro, si riunì la commissione medica per la visita d’invalidità, una cosa molto importante perché in Sardegna per poterla fare si aspettava anche degli anni. Ero pronto per tornare a casa. L’unico problema che restava incompiuto prima di lasciare il centro, era quello delle parestesie dolorose in quei mesi i medici hanno provato tutti i farmaci e gli antidolorifici da loro conosciuti. Purtroppo nessun farmaco fu idoneo a farmi passare quei terribili dolori, per di più i dolori mi aumentavano alla presenza del caldo e nel mio caso, abitando in Sardegna, con tanto sole sono costretto ha restare chiuso in casa con l’aiuto del climatizzatore per  refrigerarmi e poter respirare.

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